La “prima volta” della Salomé (per dirla alla francese con riferimento all’ispiratore dramma di Oscar Wilde) di Richard Strauss a Bari è stata accolta al Teatro Petruzzelli da applausi più che convincenti per l’esecuzione musicale indubbiamente di ragguardevole livello, e qualche bordata di fischi e “buuu” dal loggione per le provocatorie quanto estemporanee trovate di Vittorio Sgarbi, qui in veste di regista. Ma andiamo con ordine. Nella conferenza stampa romana di qualche giorno fa Sgarbi aveva annunciato un (a suo modo) divertente parallelismo tra la vicenda biblica e le cronache odierne (“Il triangolo Erode-Erodiade-Salomé, che dà corpo alla vicenda, non sarebbe altro che quello che sta riempiendo d’inchiostro da mesi tutti i giornali del mondo: Berlusconi-Minetti-Ruby”), ribadito poi nel foyer sabato mattina in un incontro con i giornalisti della stampa locale, deciso solo qualche ora prima.
Quanto di promozionale e solo provocatorio ci fosse in quella uscita sgarbista lo si è capito poi, alla resa dei conti di uno spettacolo, la cui prova generale, solitamente aperta alle scuole, era stata invece interdetta persino agli operatori televisivi.
Creare spasmodica attesa per un evento del genere è notoriamente il sale del mondo dello spettacolo. Sgarbi, più assiduo frequentatore di salotti televisivi che di teatri, questa tecnica la conosce fin troppo bene e l’ha sfruttata in modo magistrale. Sono state infatti numerose le richieste di biglietti per le tre rappresentazioni al Petruzzelli.
Del resto, quando la prima rappresentazione di “Salome” venne data all’Hofoper di Dresda nel 1905 essa suscitò scandalizzate reazioni e profonda irritazione nel pubblico dell’epoca e nella critica per il soggetto sadico e perverso, oltre che per il violento erotismo e la malsana sensualità evocata dalla musica di Strauss e dall’esplosivo testo teatrale scritto in francese da Wilde e pedissequamente trascritto nella traduzione tedesca dalla librettista Hedwig Lachmann.
Lo spettacolo di Bari è, va detto, in forma semiscenica: si avvale cioè di proiezioni appositamente curate dal celebre scenografo Ezio Frigerio sulla base di fotografie scattate da Massimo Listri della Villa di Sammezzano, costruita in stile neo moresco agli inizi del Novecento nei pressi di Firenze. L’idea è buona per risparmiare sui costi di una scenografia reale, ma poi occorrerebbe realizzare una regia che sappia adeguatamente riempire lo spazio e che faccia muovere i personaggi in maniera coerente con il testo di riferimento. Ed è qui che Sgarbi delude, perchè la sua è una regia narrativamente statica che vive solo di pochi fremiti rispetto ad una storia notoriamente debordante e scolpita da una musica di straordinaria modernità qual è quella straussiana.
La scena della seduzione con quello che dovrebbe essere un duetto da “bollenti spiriti” tra Salomé e Jochanaan (Giovanni il Battista) è invece rivissuta in maniera distaccata e convenzionale, con carica erotica diremmo insignificante. Il momento topico della danza dei sette veli con il canonico spogliarello finale della principessa viene anch’esso svilito dalla sua naturale sensualità: Salomé non danza, né si spoglia, ma lo fanno al suo posto una quindicina di scollacciate ballerine, avvalendosi delle apprezzabili coreografie di Isa Traversi. I colpi di scena, alla fine, sono in fondo solo un paio: la presenza illuminata da un occhio di bue di un magistrato-donna in un palco di proscenio ( è la "temibile" Boccassini?) e le due teste su distinti vassoi d'argento, una del Battista, l’altra dello stesso Sgarbi, che compare però solo nel finale dell’opera a suggellare la firma autoreferenziale di uno spettacolo che, in verità, lascia perplessi, provocazione e strumentalizzazione politica a parte, sulla sua reale efficacia teatrale, pur godendo di costumi disegnati con la consueta straordinaria professionalità da un Premio Oscar del calibro di Franca Squarciapino.
Decisamente meglio è andata, a nostro parere, l’esecuzione musicale con un direttore di grande esperienza come Ralf Weikert, che ha condotto in porto un’opera difficilissima per un’Orchestra come quella del Petruzzelli, composta prevalentemente da giovani e talentuosi musicisti al loro primo Strauss. Ennesimo esame superato dunque, anche in vista della trasferta americana a Washington del 17 marzo prossimo. Accuratissimo, come dicevamo all’inizio, soprattutto il cast vocale, scenicamente penalizzato dalla regia, che ha visto, in particolare, primeggiare la splendida marmorea interpretazione del coreano Samuel Youn (Jochanaan); valide anche le prove delle brave svedesi Erika Sunnegardh (Salome) e Katja Lytting (Erodiade), come di eccellente statura è stato l’Erode di Scott Macallister, recentemente applaudito a Bari nel Siegfried della tetralogia wagneriana, che si completerà il prossimo ottobre con “Il Crepuscolo degli Dei”, sempre al Petruzzelli.












