
Tenan, in un recente passato apprezzato oboista, si è poi dedicato con esiti subito incoraggianti, alla direzione d’orchestra. L’altra sera ci ha subito regalato un saggio delle sue qualità direttoriali nello spumeggiante “Scherzo” per orchestra d’archi di Franz Schreker (compositore ebreo di nazionalità austriaca, la cui bella musica fu colpevolmente messa al bando dai nazisti). Si tratta di una pagina di appassionata, ondeggiante cantabilità, restituita dal giovane maestro e dagli archi dei cameristi con il necessario nitore e una smagliante, a tratti, dionisiaca freschezza. Il “Concerto per clarinetto e orchestra d’archi” di Aaron Copland, ben più noto del sorprendente pezzo precedente, ha visto poi, quale protagonista, un solista d’eccezione come Alessandro Carbonare, attuale primo clarinetto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che ha impeccabilmente ricamato la virtuosistica tessitura (intrisa di continui ammiccamenti in puro stile jazz) del concerto coplandiano, ben sostenuto da Tenan e dal neonato ensemble barese. Il momento più avvincente del concerto doveva però ancora arrivare. Tenan e gli eccellenti Cameristi si sono infatti cimentati in una delle composizioni più ardite e complesse del Novecento musicale. Quella “Musica per archi, percussioni e celesta” che nel 1936 fu commissionata all’ungherese Béla Bartók dalla celebre orchestra di Basilea diretta da Paul Sacher. Un autentico capolavoro, che con la sua suggestiva e al contempo raggelante, fittissima scrittura cromatica e contrappuntistica, mette sempre a dura prova le capacità tecniche anche delle compagini orchestrali più smaliziate. Tenan, va detto, dirige con una lucidità disarmante, oserei dire abbadiana; il suo gesto possiede inoltre invidiabile naturalezza unita alla rara, almeno oggi giorno, capacità di trasmettere perfettamente le sue indicazioni interpretative ai musicisti. E proprio questi ultimi hanno saputo fornire – guidati da una mano così felice - una prova esemplare (eccellenti i contributi al pianoforte di Elisabetta Mangiullo e Viviana Velardi, mentre tra i percussionisti c’era Filippo Lattanzi, uno tra i migliori marimbisti al mondo) nel difficilissimo pezzo bartokiano che sa quasi di miracoloso, se si pensa che questi ragazzi suonavano insieme per la prima volta. Successo caloroso e meritato. Naturalmente, alla fine del concerto, ho chiesto a Mariarita Alfino se ci sarebbero state ulteriori occasioni di ascoltare questa promettente orchestra d’archi (magari diretta da altre giovani e talentuose bacchette). Lei mi ha laconicamente risposto: “Non se ne parla nemmeno. E’ un’orchestra pensata solo per quest’occasione.” Riflettevo, mentre ascoltavo Mariarita, ad un analoga esperienza avvenuta alcuni anni fa a Gioia del Colle, in provincia di Bari. Anche allora si era realizzato un altro piccolo, grande miracolo: la creazione di un’orchestra cameristica di eccellente livello. Si chiamava Laborintus Chamber Orchestra. L’idea ambiziosa e per certi versi…“temeraria” la ebbe allora Lorenzo Fico, direttore anch’egli di valore, attualmente alla guida dell’Istituto musicale "Paisiello" di Taranto. Quella splendida orchestra è, ahinoi, durata lo spazio di due stagioni e poi, priva del necessario sostegno finanziario, è sparita nel nulla. Un altro esempio: la Regione Puglia aveva realizzato verso la fine degli anni Novanta, un’orchestra giovanile pugliese, sul modello (quasi) “anglosassone” di quella toscana ed emiliana. Anche quell’idea naufragò nel breve volgere di un paio di anni. Possibile che con tutti i talenti musicali di cui la Puglia dispone (annualmente sfornati dai suoi non pochi conservatori e istituti musicali pareggiati) non si possa lavorare ad un serio progetto per la creazione – finalmente - di una bella, importante orchestra giovanile che soprattutto duri nel tempo? Ci piacerebbe sapere proprio dall’assessora Silvia Godelli, donna politica di valore, oltre che sincera appassionata di musica, se in tal senso si possono (o meno) coltivare legittime speranze.