venerdì 2 novembre 2007

Intervista a Domenico Del Giudice

"E' un chitarrista straordinario del quale ammiro non solo la notevole tecnica strumentale, ma soprattutto la profondità dell’espressione, la musicalità raffinata e generosa, il tocco capace di tracciare disegni di rara intensità". Il giudizio sul chitarrista Domenico Del Giudice che ho l'onore di intervistare per voi oggi appartiene al celebre violinista spagnolo Felix Ayo. Basterebbe già solo questo encomiabile pensiero a considerare Del Giudice uno dei più apprezzati e sensibili artisti della sua generazione.
Maestro Del Giudice come è nata la sua passione per la musica?
“Premetto che la passione per la musica classica è ovviamente venuta in seguito. All’inizio c’è stata soprattutto una forte attrazione per tutto ciò che in generale costituisce la musica. Certo, al mio avvicinamento a questa sublime arte ha naturalmente contribuito la circostanza di vivere in una famiglia di musicisti professionisti. Questo sia da parte di padre che di madre. Mio padre suonava il trombone e venivano a trovarlo a casa numerosi artisti, per cui ho respirato sin dall'infanzia un'atmosfera davvero magica."
C’è, per esempio, un episodio particolare che le ha fatto scoccare la cosiddetta scintilla per la chitarra?
“Sì, ricordo quando da bambino studiavo all’oratorio salesiano e rimasi folgorato dall’ascolto di alcune canzoni strimpellate alla chitarra da un piccolo amico. Da allora mi dissi che avrei anch’io voluto imparare a suonare quello strumento. Poi ho cominciato a frequentare il conservatorio di Monopoli, dove insegnava il chitarrista Beppe Ficara. Persona alla quale devo tanto, sia per le solide basi, sia l’entusiasmo che mi ha inculcato nei confronti della chitarra.”
Se non sbaglio, ci fu ben presto un altro incontro importante per la sua futura carriera di interprete. Quello con il grande maestro e chitarrista spagnolo Josè Tomas, allora assistente di Segovia.
“Sì, indubbiamente. Partecipai dopo quattro anni di studi al conservatorio di Monopoli ad un concorso internazionale, dove però non vinsi nulla. Ma ricordo che il presidente della commissione era appunto Tomas, il quale assai gentilmente mi invitò a studiare con lui in Spagna. Da allora vissi ad Alicante in Spagna ininterrottamente per cinque anni; proprio lì dove Tomas risiedeva e insegnava chitarra a numerosi allievi provenienti da tutto il mondo.” Un altro incontro fondamentale è stato quello con David Russell.
“Con Russell c’è stata subito una straordinaria intesa sin dal nostro primo incontro a Londra. Un grande artista e uno straordinario maestro con il quale si è sviluppata negli anni una stupenda amicizia.”
Come si è evoluta poi la sua carriera artistica?
“Come spesso accade, anch’io ho avuto momenti alti e bassi, ma sempre mantenendo una costanza, un entusiasmo e una passione che mi hanno permesso di vivere spesso situazioni di rara e indimenticabile intensità emotiva. La mia carriera si è sviluppata tantissimo soprattutto negli ultimi dieci anni. Ho potuto misurarmi con platee e sale da concerto prestigiose, oltre che in Italia, Spagna, Francia e Svizzera anche negli Stati Uniti, in Messico, Argentina e Brasile.”
Quanto è difficile oggi per un chitarrista l’approccio tecnico ed emotivo ad una sala concertistica? E in particolare riuscire ad entrare, per un giovane di valore, nel giusto circuito per farsi meglio conoscere ed apprezzare?
“E’ molto arduo per due motivi fondamentali. Il primo perché negli ultimi vent’anni grazie ai nuovi grandi artisti della chitarra, tra i quali mi piace citare Manuel Barrueco, David Russell, John Williams, i fratelli Assad, il livello tecnico si è alzato tantissimo. Già è notoriamente provato come la chitarra sia lo strumento più suonato al mondo. Ed è lo strumento più suonato per varie ragioni. Con la chitarra si ha infatti la possibilità di fare musica a 360 gradi. La troviamo nella musica rock, jazz e popolare. Lo strumento, del resto, anche dal punto di vista economico è alla portata di tutte le tasche. Diciamo che c’è dunque una quantità enorme di gente che suona la chitarra. Quindi ovviamente crearsi un proprio raggio d’azione diventa difficile. E poi il secondo aspetto fondamentale è quello che invece la chitarra classica a differenza di altri strumenti, come il pianoforte e il violino, nelle sale da concerto purtroppo non la si sente quasi mai.”
Il problema è forse legato anche ad una scarsa capacità dello strumento di imporsi a livello acustico nelle grandi sale da concerto?
“No è che è praticamente assente dai cartelloni delle principali associazioni e dei teatri di tradizione. Anche a prescindere dal luogo dove si suona c’è sempre una notevole difficoltà per i direttori artistici e gli organizzatori ad imporre non uno, ma almeno due, tre chitarristi nella medesima stagione. Per cui di conseguenza cosa è successo? Si sono creati una serie infinita di festival dedicati esclusivamente alla chitarra, che se da una parte sono positivi perché danno ai giovani musicisti lavoro, oltre che la possibilità di farsi ascoltare, dall’altro ghettizzano incredibilmente la chitarra classica in un ambito estraneo alla grande musica. Quasi si trattasse di un…satellite a parte. Esorterei pertanto gli organizzatori e i direttori artistici ad essere più coraggiosi e a far sì che la chitarra possa stabilmente entrare nei cartelloni delle ordinarie stagioni concertistiche.”
Da un punto di vista personale lei in questi ultimi anni ha suonato più in festival dedicati alla chitarra o in stagioni, potremmo dire, “generaliste”?
“No, direi che la mia carriera si è evoluta in ambienti dove la chitarra era uno strumento come tanti altri. Dunque la possibilità di suonare per associazioni storiche negli Stati Uniti, in Sud America, in Europa di fronte ad un pubblico assai variegato ed abituato dunque ad ascoltare concerti di tutti i tipi, da quelli sinfonici a quelli cameristici e vocali. Perciò da questo punto di vista posso dire di essere stato molto fortunato.”
Non sarà che il problema della presenza della chitarra nelle stagioni concertistiche sia soprattutto legato ad alcune carenze del repertorio romantico e più in generale ottocentesco?
“Questo può anche essere vero, ma d’altro canto c’è tutto un repertorio, direi sterminato, che si sviluppa dal periodo rinascimentale al Settecento. E poi in tempi più ravvicinati, molti apprezzati compositori contemporanei, da Jean Françaix ad Andrè Previn, da Goffredo Petrassi a Luciano Berio e Azio Corghi, hanno dedicato alla chitarra pagine davvero straordinarie della loro produzione. Per cui la motivazione di questa assenza della chitarra nei principali cartelloni concertistici non è solo questa.”
Quali sono i prossimi impegni del maestro Del Giudice?
“Sono appena tornato dagli Stati Uniti e adesso sarò nelle prossime settimane in Sicilia al Noto Musica Festival e successivamente a Napoli al Teatro Diana e ancora in Francia ed in Svizzera.”

4 commenti:

  1. Nelle rare occasioni che ho avuto per sentirlo suonare ho sempre pensato, sensito, che è una di quelle persone che ne suonano ne riproducono il suono.. è una di quelle persone che possono definirisi 'musica', per la loro bravura, per la sensibilità.

    Andrea D.S.

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  2. L'ho ascoltato diverse volte anche mentre studiava e pure in quelle circostanze dal suo strumento sgorgava musica di un livello così alto da non essere facilmente definibile. Chiunque abbia un orecchio sensibile avverte immediatamente che sta ascoltando qualcosa di veramente speciale e prova un totale ed emozionante appagamento.

    Genny M.

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  3. Più d'una volta ho fatto lezione con lui, l'ho ascoltato in concerto e posso dire che all'impeccabile preparazione tecnica si affianca una musicalità straordinaria.

    Alessandro Goffredo

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  4. Concordo su tutto. Un musicista straordinario!

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