mercoledì 19 marzo 2008

Una tenera bruckneriana "Romantica" per Claudio Abbado e la Lucerne Festival Orchestra


Franz Liszt lo definì “il giullare di Dio”, mentre Wagner affermò con generosa magnanimità: “non conosco che un uomo che si possa accostare a Beethoven. Il suo nome è Anton Bruckner”. Assai meno gratificante l’opinione del rivale contemporaneo Johannes Brahms: “E’ solo un povero pazzo!”. Riascoltando in questi giorni alcune sinfonie di Bruckner, al quale ho dedicato dodici anni fa, anche grazie all’amichevole complicità di Giorgio Saponaro, un pamphlet (“Divino Bruckner”, Schena editore, Fasano) in coincidenza del centenario della morte, direi che la definizione più appropriata di Bruckner l’abbia offerta proprio Liszt.
Arrivato infatti a Vienna dalla ottocentesca provincia contadina e arretrata dell’Austria, egli, uomo candido e ingenuo, trovò non poche difficoltà nell’ambientarsi in una città che pur in declino era ancora assai vivace sia economicamente che culturalmente. La sua vita “senza storia” non può spiegare una musica tanto monumentale e ascetica, quanto intima e lacerante. Il lungo romanzo creativo che si snoda attraverso nove sinfonie e toccanti opere sacre, non sembra quasi appartenergli; non pare cioè coincidere con il DNA di un bigotto organista di provincia. Eppure, la fortuna della sua opera creativa pur giunta tardivamente, ne ha ricompensato appieno i sacrifici patiti, le sofferenze psicologiche, l’emarginazione e la solitudine che questo piccolo, grande uomo patì in vita.
La Quarta Sinfonia, nota anche come la "Romantica", per esempio, si apre con il misterioso richiamo del corno su un vibratile, sommesso tessuto sonoro degli archi. Ho appena ascoltato questo sublime incipit nella formidabile interpretazione di Claudio Abbado con la Lucerne Festival Orchestra. Il compact disc è prodotto dal celeberrimo festival svizzero, che ha avviato in questi ultimi anni un’eccellente serie di incisioni in cd e dvd dei concerti abbadiani in quel di Lucerna. La presente registrazione è stata però effettuata non nella “Sala Bianca” del Festival, bensì nella Suntory Hall di Tokyo, durante la festosa tournèe della magnifica orchestra svizzera in Giappone. La visione che Abbado ha del mondo bruckneriano appare, almeno a chi ne ha seguito il percorso in questi ultimi tre decenni, decisamente mutata nel tempo. Ricordo ancora con gioia un suo fantastico concerto con la Settima Sinfonia di Bruckner eseguita alla Royal Albert Hall di Londra nel 1980. In quell’occasione Abbado era sul podio dell’ECYO e nella prima parte, come godibile antipasto della Settima, ebbi modo di ascoltare per la prima volta uno dei più straordinari pianisti del nostro tempo, Murray Perahia, alle prese con il Quarto Concerto di Beethoven. Immaginate per un imberbe diciassettenne qual ero che emozioni incredibili potè scatenare un simile concerto. Tornando alla Settima, ricordo che la lettura del maestro milanese fu particolarmente appassionata e coinvolgente e l’orchestra suonò con grande trasporto e maniacale precisione. Una lettura estroversa, timbricamente ricchissima, ritmicamente incalzante. Ottoni di smagliante rotondità “sparati” con pathos ineguagliabile, archi di seta finissima particolarmente abili nei fraseggi e nel respiro. A contatto adesso con l’ascolto discografico di questa Quarta (peraltro già incisa con ottimi risultati, insieme ai Wiener Philarmoniker nel 1998 dalla Deutsche Grammophon) mi sembra che la visione interpretativa di Abbado si sia addolcita sensibilmente. Lo scavo, gli studi e la maturità espressiva hanno fatto il resto; il “suo” Bruckner di oggi si è fatto più raccolto, tenero e soprattutto meno ridondante d’un tempo. Egli cerca - con risultati peraltro altrettanto mirabili - equilibrio e omogeneità sonora che più che al turgido spessore fonico di un Wagner pare ispirarsi alla sottile, elegante poetica di uno Schubert. Ne vien fuori così una lettura di tersa luminosità e al contempo dai contorni nitidissimi e in cui la scelta di tempi più meditati offre all’esecuzione un prezioso valore aggiunto. Esemplare l’apporto dell’impareggiabile Orchestra (di straordinari solisti) del Festival di Lucerna e sufficientemente realistica e ben spaziata la registrazione.

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