sabato 1 settembre 2012

Ligabue: The Chief


La ragione del titolo è presto detta, così ci sbrighiamo: da vecchio mangiapartite NBA dei tempi di oro del basket, una delle cose più deliziose del fatto di ascoltarle era, per me, di certo, l' impagabile telecronaca del coach più famoso di Italia, Dan Peterson.
Il " nano ghiacciato", come lo definì il suo grande rivale in panchina Valerio Bianchini - ma questa è davvero tutt' altra storia- soleva impacchettare i protagonisti delle sue cronache con dei soprannomi, molti dei quali autentici, alcuni invece partoriti dalla fantasia dell' uomo di Evanston, Illinois. Uno di questi era " The chief", ossia il capo indiano, affibbiato al grande centro dei Celtics, Robert Parish, le cui fattezze, sebbene fosse un coloured, davvero ricordavano quelle di un pellerossa.
Ovviamente, ciò vale per Ligabue, controverso profeta del rock sano ed italiano.
C' è, infatti, chi lo ama e chi lo odia; io non son tra quelli che lo odiano. Riconosco a lui, e questo potrebbe bastare, il fatto di essere un buon uomo di "genere". Originalità non ne colgo mai, ma quando ci sta bisogno di una pulita schitarrata, acustica e profonda, così come di una sana svisata elettrica, lui c'è e non delude le mie orecchie- e non solo le mie-.
Questo, a dire la verità, non accade spessissimo, ma lui ci sta, è solido, non tradisce.Talvolta, come accade ai grandi capi bottega artigiani, è un poco manierista, facendo il verso a se stesso, ma ciò davvero non suona come critica, al contrario.
Lascio, all'opposto di altre volte, a tutti voi il delinearne la carriera ed i passi più significativi della sua ascesa artistica, tanto, trattandosi di un grosso nome della nostra musica leggera, molti ne sapranno anche i dettagli quasi più reconditi.
Vorrei, soltanto, in chiusura, sottolineare la sua poliedricità artistica: egli, infatti, è stato anche sceneggiatore e cineasta a tutto tondo di un progetto, Radio Freccia, anche esso controverso, ma che ho trovato godibile e questa è una altra medaglia che gli appongo sul petto, perché sempre inusitata per il panorama del Bel Paese, troppo amante dei monotematici e dei monocorde.
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