venerdì 29 novembre 2013

"L'Opera di Roma sull'orlo del baratro" di Luca Del Fra*


"L’Opera di Roma (OdR) è sull’orlo di un baratro finanziario di ingente ma incerta entità,causato da scelte dissennate e opache a ogni livello, che potrebbe portarla a un inglorioso commissariamento coinvolgendo lo stesso Riccardo Muti, uno dei nostri più rappresentativi musicisti e direttore onorario a vita del teatro capitolino.

Quale è la situazione reale che si cela dietro le polemiche apparse in questi giorni sui maggiori quotidiani nazionali? Il Corriere della Sera, che non più di 8 mesi fa definiva l’OdR il miglior teatro italiano dove si riuscivano a fare 70 assunzioni senza gravare sull’erario, giovedì scorso ha denunciato un non meglio identificato buco di 28 milioni di euro, annunciando un possibile commissariamento, affidato probabilmente a Carlo Fuortes. Da allora cifre e dichiarazioni, soprattutto del vicepresidente del teatro Bruno Vespa e del sovrintendente Catello De Martino, si sono accavallate in un confuso chiacchiericcio, senza che l’OdR abbia prodotto uno straccio di documento ufficiale per chiarire la situazione.
La ricostruzione fatta da l’Unità si basa in parte su dati ufficiosi: ci sarebbe un debito di 28 milioni di euro che risale agli anni passati, anche alla gestione antecedente a quella attuale. Ma il dato allarmante è la criticità finanziaria per il 2013: non sono stati versati circa 9 milioni di contributi dei lavoratori; ci sarebbero circa 7 milioni di fatture inevase; dulcis in fundo, mancherebbero i soldi per pagare i prossimi stipendi, un paio di milioni. Totale: 18 mln di deficit che assommati al debito, fa poco più di 46 milioni di euro.
La dirigenza dell’OdR per giustificarsi sostiene essere gli ultimi tre bilanci in pareggio e accampa il ritardo nell’erogazione dei contributi del Comune (circa 6 mln di euro) e della Regione (circa 8 mln con arretrati che risalgono al 2011). Ma anche così i conti non tornano e non soltanto perché per il 2013 comunque mancherebbero 4 mln di euro.
La voragine è aggravata dal fatto che l’OdR è uno dei teatri italiani con maggiori finanziamenti pubblici, grazie a un poderoso esborso da parte del Comune: circa 20 mln l’anno, cresciuto vorticosamente durante la giunta Alemanno rispetto ai circa 12 della giunta Veltroni. A titolo di confronto: il comune meneghino alla Scala ne dà 7, quello partenopeo al San Carlo appena 1. Al netto dei debiti, potrebbe essere importante e perfino positivo che ogni anno una ingente quantità di danaro pubblico - 46 mln tra Stato, Regione ed Enti locali - più in termini modesti quella dei privati - 1,7 mln - sia investita nell’opera lirica a Roma: ma come viene spesa?
Dalla fine del precedente commissariamento - era il dicembre 2009 e l’allora sindaco Gianni Alemanno impose come sovrintendete un improbabile De Martino, dirigente di Italgas, da poco tempo divenuto direttore del personale presso l’OdR -, si è assistito a una stucchevole imbarcata di consulenti e dirigenti a contratto, con una energica moltiplicazione delle funzioni e degli stipendi: a titolo d’esempio: lo stesso De Martino ha mantenuto le deleghe a capo del personale, chiamando però un direttore alle risorse umane più un direttore generale.
Il tutto assomiglia a una prassi clientelare probabilmente maleodorante se, come denunciano alcuni dipendenti dell’OdR che vogliono restare anonimi, una parte dell’amministrazione è stata esternalizzata, proprio quella che si occupa degli stipendi degli imbarcati che risultano segretissimi. Tanta zavorra ha pesato sulla produttività del teatro, con una diminuzione delle aperture di sipario camuffata con concertini aperitivo e simili.
Non è perciò sfuggita a logiche disinvolte neppure la programmazione del direttore artistico Alessio Vlad, che appena giunto nel 2010 ha avuto lo stipendio pressoché raddoppiato rispetto al suo predecessore. In questi anni si è parlato troppo e forse a sproposito di un miglioramento dell’OdR: quando dirige Muti orchestra e coro suonano bene, anche benissimo, ma il resto? Nella recente Turandot i complessi del teatro hanno dato una prova modesta anche a causa di un direttore scelto non con criteri artistici, e quest’anno non è stata la prima volta.
Si è assistito a triangolazioni tra teatri talvolta neppure riuscite, come nel 2012, con unaButterfly affidata da Vlad alla regia di Giorgio Ferrara - direttore al Festival dei 2 Mondi dove Vlad è direttore artistico del settore musica- e annunciata come coprodotta dal Massimo di Palermo, dove direttore artistico era Lorenzo Mariani, gratificato con una ripresa all’OdR di un suo allestimento di Candide realizzato presso il San Carlo. Senonché, andato in scena a Roma il Candide con la partecipazione di Adriana Asti moglie del suddetto Ferrara, il teatro palermitano si è sfilato dalla produzione di Butterfly.
MUTI «PARAFULMINE» 
Clientelismo? Opacità? Familismo? Il rischio è di travolgere lo stesso Muti, poiché il debutto alla regia nelle stagioni dell’OdR della figlia del maestro partenopeo - forse una ingenuità da parte sua - in un simile degrado può dare adito a sospetti, ma chi conosce Muti ha altre certezze. Infatti, in questi giorni è stato più volte chiamato in causa da Vespa e De Martino come parafulmine contro le saettanti critiche che piovono sulle loro teste: finora non ha speso una parola per loro, tenendosi fuori da una bega che rasenta il ridicolo considerando che un rappresentante della Cgil dell’OdR è il cognato di De Martino, cioè del direttore del personale nonché sovrintendente.
Il tutto è avvenuto con un Consiglio d’amministrazione eufemisticamente complice, che oltre a De Martino e Vespa vede la presenza di Jole Cisnetto, Giancarlo Cremonesi nonchè Salvatore Bellomia e Enzo Ciarravano, due rappresentanti, spiace dirlo, nominati da Giulia Rodano, assessore alla Cultura alla giunta regionale di centrosinistra presieduta da Marrazzo. Gli unici a inarcare il sopracciglio su tanto sfascio sono stati i revisori dei conti.
Le ragioni per un radicale cambiamento all’Opera di Roma dunque ci sono tutte, ma lo strumento del commissariamento lascia perplessi, tanto che sono al vaglio altre soluzioni. Le cose fin qui dette erano note e le abbiamo anche scritte: come accade negli altri paesi europei e in Italia alla Scala, cosa avrebbe impedito già da luglio di designare un nuovo sovrintendente che, in sintonia con le indicazioni delle giunte comunale e regionale appena insediate, mettesse a punto con anticipo le strategie da attuare alla scadenza dell’attuale direzione, cioè dal prossimo 4 dicembre? Dal Campidoglio si invoca una «discontinuità» che forse dovrebbe iniziare fuori dal teatro, perciò seguire la stessa strada percorsa cinque anni fa da Alemanno invocando l’intervento del Ministero (Mibac) con un commissariamento, può generare il sospetto di scarsa capacità di iniziativa.
I commissariamenti del resto sono alla base di annosi problemi per molti teatri italiani e talvolta origine della stessa loro rovina: ricordiamo i fondi pensione del San Carlo di Napoli e del Carlo Felice di Genova; consideriamo l’ultimo commissariamento all’OdR che ha dato la stura all’attuale situazione; rammentiamoci di Giampaolo Cresci, il sovrintendente che agli inizi degli anni ’90 aveva accumulato un enorme deficit e che venne nominato commissario di se stesso, con il risultato di ulteriori deficit divenuti la base dell’attuale debito; concludiamo con le recenti sventure del Maggio Musicale iniziate proprio da un commissariamento. E gli esempi potrebbero essere molti altri. "

(*) L'Unità - 21 novembre 2013

2 commenti: